25 Aprile (mercatini III)

L’altro giorno era il 25 Aprile festa della liberazione e, dopo avere appeso al balcone la bandiera tricolore che di solito tengo nel cassetto, sono andato a fare colazione al bar con la maddalena e il cappuccino (entrambi intesi in senso laico), in piazza c’era la celebrazione con la banda che alternava brani patriottico-celebrativi e nazional-popolare, tipo quella canzone di Paolo Conta cantata da Celentano sulla mancanza di preti con cui chiacchierare. Terminata la celebrazione abbiamo deciso di affrontare un mercatino dell’usato, uno di quelli dove le persone vanno a vendere le cose vecchie che tenevano in casa o anche di case altrui che hanno svuotato previa autorizzazione (almeno spero), il bello di questo mercatino era che si svolgeva tra le piante di un parco dove di solito si tengono le feste, che poi siano di partito o meno non importa, il comune denominatore è l’abbondante profusione di gnocco fritto e annesso salume, prosciutto ma anche coppa, salame, pancetta e tutte le varianti come il culatello, la pancetta coppata o altro, affettato con le grandi affettatrici di alluminio manovrate di solito da signori o signore di mezza età avanzata, in passato i primi erano solitamente abbigliati con canottiere bianche mentre le donne indossavano vestagliette con fantasie floreali vistose oppure con minuscoli disegni geometrici praticamente indistinguibili dato che di solito queste feste iniziano all’imbrunire e proseguono nella sera illuminate dalla luce fioca di file di lampadine appese, nude, alle tettoie, che poi quelle vestagliette lì me le ricordo bene perché le indossavano anche le amiche di mia nonna quando si ritrovavano sul pianerottolo del condominio oppure in cortile, in base alla stagione, per fare delle grandi partite a chiacchiere e di recente una l’ho vista indossata da una grande pianista russa fotografata nel suo giardino e pubblicata sul retro di un disco con i preludi e fughe di Shostakovich. Succede invece che da qualche anno in questo tipo di feste sia consuetudine dotare il personale con magliette a T a mo’ di uniformi con la stampa serigrafica del logo della festa e una scritta sul retro che anni fa era “organizzazione” e ora invece è “staff” perché in inglese si risparmiano sempre delle lettere. Beh insomma ho girato in questo mercatino e c’era una signora che sul banco aveva una campanella elettrica che voleva vendere e diceva che l’aveva trovata nella soffitta dello zio ex partigiano quindi operaio, poi pensionato e recentemente deceduto, e lasciava sottintendere che risalisse alla guerra, forse per la suggestione della data ne è iniziata un’analisi tra i presenti i cui si azzardava che fosse una campana di allarme per i bombardamenti, tralasciando il fatto che erano utilizzate principalmente sirene e la campanella era di molto più recente, infatti la parte che conteneva la bobina magnetica e il meccanismo erano in nylon stampato a pressione e riportante la marcatura CE, quando ho detto alla signora che ne avevamo un paio uguali nel capannone per richiamare al telefono fisso gli operatori prima che fossero dotati di cordless ho visto che non era troppo contenta, ché la signora ha fatto una faccia come quella che doveva avere Napoleone quando si è trovato Sant’Elena all’orizzonte. In un altro banchetto c’era una cesta di quelle che a Natale si regalano ricolme di zampone, spumante, panettone o pandoro a scelta, frutta secca, confetture e altro scatolame tutti adagiati su paglia di cellophane e che era stata riutilizzata riempiendola di libri, rovistandoci dentro ho trovato un libro di uno scrittore di Parma con la copertina completamente occupata da una grande campitura giallo ocra con vistose pennellate ad olio e nell’angolo in basso a sinistra una giovane coppia che si bacia, lui seduto a gambe incrociate, forse nudo, non si vede bene perché coperto da lei scalza e vestita di arancione, distesa sul fianco sinistro appoggiata alla gamba destra di lui che l’abbraccia e le sorregge la testa, la copertina è bella, il libro invece devo ancora leggerlo e anche se non mi ricordo bene quello scrittore lì forse l’ho anche incontrato perché era amico di un altro scrittore che ricordo di avere visto qualche volta a casa di un amico fotografo, ma era tempo fa. Comunque la visita al mercatino ad eccezione di qualche libro non è stato molto interessante e alla fine visto che era il 25 Aprile siamo andati a mangiare una pizza con sopra il tricolore.

Dic 26, 2013 - fernaspero's book, musica    No Comments

Qualcuno era rock

Se ero rock, mi sta chiedendo se ero rock?
Rock in che senso scusi?
Bella domanda comunque; vede, qualche anno fa sono andato con un amico a sentire un concerto di Elliott Murphy che si svolgeva in un paese della bassa, qui da noi la bassa è la pianura a nord, verso il Po per intenderci.
C’era una festa organizzata da una associazione di assistenza ai disabili, con tanta gente che mangiava e al massimo una trentina di persone che erano lì per il concerto.
Insomma lì sul palco c’era Elliott Murphy con la sua band francese e hanno suonato due ore, poi, quando il coprifuoco comunale ha imposto la fine del concerto, Murphy (lo stesso Elliott Murphy che pochi mesi prima allo stadio di Parigi era salito sul palco a duettare con il suo amico Bruce Springsteen) e il chitarrista hanno staccato gli amplificatori e hanno continuato per una mezz’ora abbondante a fare rock’n’roll con le chitarre acustiche per le dieci persone rimaste, come se fossimo ad un falò sulla spiaggia.
Beh ecco quella sera mi sono sentito rock, almeno in un certo senso, che poi come si fa a dire se uno era rock?

Qualcuno era rock perché era nato in Emilia.
Qualcuno era rock perché alle feste c’era o rock o liscio.
Qualcuno era rock obtorto collo.
Qualcuno era rock perché il fratello maggiore aveva un disco di Jimi Hendrix con le donne nude in copertina.
Qualcuno era rock perché non aveva mai incontrato una donna nuda.
Qualcuno era rock perché: “il rock è sesso”.
Qualcuno era rock perché si era innamorato di una ragazza.
Qualcuno era rock perché tutti i suoi amici erano rock.
Qualcuno era rock per distinguersi dagli amici.
Qualcuno era rock perché aveva un amico che si faceva.
Qualcuno era rock perché non sopportava Sanremo.
Qualcuno sperava che il rock arrivasse a Sanremo.
Qualcuno era rock perché il rock era di moda.
Qualcuno era rock perché: “te lo giuro sui Beatles!”
Qualcuno era rock perché: “Clapton is God”.
Qualcuno era rock perché non credeva in Dio.
Qualcuno era rock perché: i Nomadi, Guccini, la via Emilia erano rock.
Qualcuno era rock perché non amava il calcio.
Qualcuno era rock perché: “vanno bene donne e motori però ci vuole anche qualcos’altro”.
Qualcuno era rock perché: la ribellione, il sessantotto, il Vietnam, la Palestina…
Qualcuno era rock per ignorare le proteste scritte sui muri.
Qualcuno era rock perché così non capiva le parole.
Qualcuno era rock perché non ne poteva più del pentapartito.
Qualcuno era rock perché preferiva le chitarre alle pistole.
Qualcuno era rock perché si era stancato di ascoltare gli Inti Illimani.
Qualcuno era rock perché sognava la California.
Qualcuno era rock perché non voleva più vivere oltre cortina.
Qualcuno era rock perché immaginava di essere Richard Gere che esce dalla doccia cantando Suspicious Minds.
Qualcuno era rock perché Elvis era il re, punto!
Qualcuno era rock perché adorava il Boss … ma solo fino a The River.
Qualcuno era rock perché voleva essere Bono Vox.
Qualcuno era rock perché anche Miles Davis si era messo a suonare rock.
Qualcuno era rock a trentatre giri.
Qualcuno era rock perché quando abbassava la puntina sul disco i genitori picchiavano alla porta dicendo di abbassare il volume.
Qualcuno era rock perché: “quei tre-quattro minuti lì sono meglio di un film, figurarsi di un libro”.
Qualcuno era rock perché aveva letto un sacco di libri.
Qualcuno era rock per i disegni di Andrea Pazienza.
Qualcuno era rock perché: “sono un ribelle mamma, puoi stirarmi la maglietta del concerto?”.
Qualcuno era rock perché era più rock di tutti gli altri.
Qualcuno era rock perché glielo avevano detto.
Qualcuno era rock perché nessuno gli aveva “imparato” la musica classica.
Qualcuno era rock perché era integralmente: Zappiano o Genesiano oppure Dylaniano.
Qualcuno era rock “a prescindere”.
Qualcuno era rock perché aveva la manopola delle FM bloccata su Mondoradio.
Qualcuno era rock perché ascoltava Gaber e così doveva essere.

Ott 6, 2013 - fernaspero's book    No Comments

Ombre

Beh ecco l’altra mattina c’era questa persona barbuta con gli occhiali da sole e il copricapo indiano che sfrecciava in bicicletta lungo la via Emilia, che poi ora uno non ci farebbe neanche più caso a questi dettagli, perché con la nuova comunità multi etnica succede di trovare dei particolari esotici mescolati agli usi locali.

In questo caso però la cosa mi ha colpito perché il copricapo era si indiano, ma degli indiani d’America, i cosiddetti pellirosse, in pratica un giro di penne da capo Sioux che sventolavano al vento della bicicletta.

A me comunque è sembrato che il ciclista barbuto non fosse un vero Sioux perché una volta ho letto che i pellirosse non hanno la barba e poi, per essere un indiano, assomigliava troppo a Bocedi che era uno che veniva a scuola con me, che però anche lui non aveva la barba o almeno non l’aveva quando veniva a scuola che eravamo dei ragazzini.

Allora, scartata la motivazione etnica, uno pensa che magari questa cosa il ciclista l’ha fatta per farsi notare e non intendo dagli automobilisti, ché comunque girare in bicicletta sulla statale nell’ora di punta è un bel rischio ed è sempre meglio essere in evidenza, ma per farsi notare dalle altre persone in generale e bucare anche solo per una mattina il velo della quotidianità.

Comunque, visto che ero in auto e mi rimaneva del tempo vuoto, ho continuato a pensare al ciclista e al copricapo e ho immaginato che forse le penne le indossa anche quando va alle feste e vuole richiamare un po’ di curiosità, oppure per fare lo spiritoso e rompere il ghiaccio appena arriva si toglie le penne e dice che è Bocedi, anche se in realtà questa ipotesi è abbastanza remota ed è molto improbabile che si conoscano.

Insomma ho pensato che quel ciclista li potesse fare questo genere di cose, ché alle feste invece può anche succedere che uno rimane tutto il tempo appoggiato in un angolo con il sorriso imbarazzato e un bicchiere di plastica in mano, che poi verrebbe da chiedersi cosa ci sia da sorridere in questi casi.

È come quando in una conversazione ci si ritrova in un momento di pausa e allora, a parte qualche banalità che di solito si dice per farla ripartire, si sorride.

A volte invece ci vorrebbe la prontezza di riflessi per una bella citazione ad effetto, di quelle che funzionano sempre e allora capita che per giorni ti ricordi di quella sera, della citazione e di qualcuno che l’ha detta. E qui subentra il problema della memoria, io ad esempio se ne avessi un po’ di più mi ricorderei meglio dei film o delle frasi che ho letto e che sono dentro a libri bellissimi, invece mi ricordo solo l’effetto che mi hanno fatto all’epoca e allora ti rendi conto che spesso non è che uno le cose le conosce proprio bene, ma ne conserva solo il riflesso proiettato su di se, che in fondo è un po’ come la metafora della caverna di Platone o almeno ci assomiglia.

Set 5, 2013 - musica    No Comments

Un altro se stesso

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente.

 

A fine agosto è uscito il volume 10 della Bootleg series, Another Self Portrait che è stato pubblicizzato come  una sorprendente riscrittura di un Dylan inedito, nel periodo di transizione sessanta-settanta del secolo scorso, post ‘68 e post ritiro per l’incidente motociclistico.

Beh la cosa credo più sorprendente di questi dischi, considerando chi è l’autore, è che non c’è nulla che sorprenda e di inedito c’è poco. Più che altro ci sono versioni diverse di brani che sono poi finiti, con o senza sovraincisioni, in Self Portrait e New Morning e sinceramente non spostano di molto il giudizio su quegli album storici, un incompleto tentativo di autoritratto per icone il primo, un bel disco il secondo. Trascurabili i due brani dalle session di Nashville Skyline che non cambiano il senso di quel modesto disco country.

Per noi fans ci sono comunque cose interessanti, come una bella versione di Went to se the giypsy e una Time passes slowly #2 molto rock e poi bisogna riconoscere che è un vero piacere ascoltarlo cantare vecchi traditional con un accompagnamento minimo ma di qualità (David Bromberg e Al Kooper mica scherzano).

Ciò che però delude è che, a dispetto della nomea di Dylan di escludere spesso dai dischi le canzoni migliori, stavolta gli inediti non hanno molto di più dei brani inclusi.

La stessa considerazione vale anche per le cover qui presenti: se Annie’s going to sing her song è ben interpretata, la versione di Thirsty boots non è, purtroppo, eccezionale come si poteva sperare e, per dire, manca di quel tocco di follia che all’epoca fece invece includere The Boxer con Dylan che duettava con se stesso.

E poi per completare l’autoritratto a tutto tondo mancano quei brani kitsch come erano Blue Moon e Let it be me, che comunque sono una parte della personalità di questo cantante che di recente ci ha regalato anche un disco come Christmas in the Heart.

Anche nel gioco del metti e togli (intendo le sovraincisioni) cambia poco, se If the dogs run free in questa versione perde il suo fascino jazzy e notturno, New Morning con l’aggiunta di una sezione fiati totalmente inverosimile è davvero brutta e fu giustamente, per me, esclusa dal disco ufficiale.

Una piccola sorpresa però forse c’è, ed è Wigwam che, senza i fiati sovraincisi, non è più quel quadro cubista incluso in Sef Portrait ma la riprova che meno si aggiunge a quella voce e migliore servizio le si fa e la si può sentire che, liberata per una volta dal peso delle proprie parole, eleva dalle praterie il canto di Orfeo.

E allora, forse, per noi Dylaniati questo può bastare e non c’è bisogno di riscrivere la storia, perché comunque nel rock quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.

Apr 13, 2013 - fernaspero's book, opinioni    No Comments

Aprile

Ecco c’é questa cosa delle piogge di Aprile che detta così pare molto poetica e però quando tocca a te é una gran scocciatura; e c’hai un bel da leggere Eliot sperando di vedere spuntare i lillà che poi invece, con tutta l’acqua che è arrivata, nel giardino ci trovi solo muschio e lumache.
Ma é normale che ci facciamo fregare dalla poesia, é un po’ come la storia del vento che nella retorica e nelle canzoni é sempre simbolo di qualcosa di poetico e positivo e invece nella realtà e una gran rottura e da molto fastidio, a meno che il vento non lo guardi da dietro una finestra, ma allora non é più la vita é più tipo un acquario.
Che poi a me Aprile piace comunque: sarà che mi ci trovo bene, saranno i ponti e i giorni di festa che ci puoi fare le gite, sperando che il tempo sia bello, ché poi se trovi brutto allora ti tocca rimediare sui ristoranti.
E l’ultima volta che sono andato in uno di quelli lì, quelli che sono legati allo slow food, erano tutti talmente lenti che temevo che il dolce me lo portassero direttamente le coefore.
Però hanno ragione a dire che Aprile é un mese strano, con la primavera che pare non iniziare mai e poi te ne accorgi all’improvviso che è cominciata e te ci hai ancora su la maglia di lana, insomma ti coglie impreparato, un po’ come fa la vita. C’é quella frase che viene attribuita a diverse persone, qualcuno dice anche Lennon, e che dice che la vita é quello che ti accade mentre stai facendo progetti, ecco è un po’ la versione laica di quella degli antichi greci che dicevano che quando l’uomo fa progetti gli dei iniziano a ridere.
Comunque alla fine Aprile é arrivato ed è arrivato anche un bel sole che asciuga i morti, come cantava il poeta Jannacci.

Entropia

Che poi secondo me alle ultime elezioni, lì in mezzo all’ampia schiera che pareva uscita dalla Corte dei Miracoli e dalla Commedia dell’Arte, c’erano due candidati che, a parte le idee politiche condivisibili o meno, erano, sempre con l’unità di misura di un politico, persone serie e con un certo senso di responsabilità.

Forse in un paese che cerca un governo li si sarebbe votati e invece si sono premiati un comico e un buffone, ma si sa che noi italiani non cerchiamo la stabilità, non ci piace mica tanto, preferiamo la fantasia.

Va bene che con la stabilità ci vorrebbe poi anche la memoria e la memoria qui è un po’ come quando Ulisse si è trovato su quell’isola dove tutti mangiavano i fiori e stavano bene perché non si ricordavano niente e vivevano nell’oblio, che poi secondo me adesso si fa senza mangiare i fiori, basta la televisione.

Comunque la cosa un po’ mi ha fatto pensare e allora mi sono detto: Bruno, ora io non mi chiamo Bruno e non mi chiamavo così neanche prima di ora, però mi è capitato negli anni già da quando ero bambino di incontrare persone che mi chiamavano Bruno, il bello è che erano sia sconosciuti sia amici che ad un certo punto dopo tanti anni mi chiamavano Bruno, beh allora io, che comunque sono tollerante, tanto per non fargli torto ogni tanto mi chiamo Bruno anche da solo, così per solidarietà.

Insomma mi sono detto che la stabilità, la serietà non è nei nostri geni italiani, infatti mica ci piacciono tanto le geometrie di Bach, preferiamo da sempre le scale vorticose di Paganini e l’acuto della “pira”, insomma più che il metodo cerchiamo lo scarto laterale, il colpo di genio, la risata e allora avanti con lo Zanni primo e l’altro Zanni, che però non è secondo, che continuano la loro commedia autarchica promettendoci la vincita al lotto e il miracolo prossimo futuro.

Bruno mi ha anche ricordato che, negli anni settanta, alcuni profeti apocrifi scrivevano sui muri frasi di grande effetto per l’epoca, frasi come “la fantasia abbatterà il Potere e una risata lo seppellirà”, ecco ora non so se il Potere ne risentirà, ché per una sua proprietà isotropica mi sa che rimane sempre lì in piedi, ma se sostituiamo la parola Potere con Stato forse la profezia non era del tutto sbagliata, solo molto fraintesa.

Che poi ripensandoci adesso: Bruno è il protagonista di uno dei miei film preferiti e anche il nome dell’aquila di quell’altro film che mi piace, quello con Belushi che fa il giornalista, ma credo che con tutto questo non c’entri niente.

Suonare

Ogni tanto capita di trovarmi nei centri commerciali, che sono quei posti dove trovi un sacco di negozi che vogliono vendere un sacco di roba ad un sacco di persone sperando che abbiano un sacco di soldi da spendere, che io poi eviterei anche di andarci in questi centri commerciali perché comunque c’è un gran casino dato che hanno questa abitudine di tenere la musica accesa nei negozi e nelle gallerie e fanno a gara a chi alza il volume così che alla fine le persone che sono lì devono anche loro alzare la voce per parlarsi e col fatto che mica ci sono solo cinque o sei persone, ma molte di più, il risultato è che c’è una confusione enorme. Insomma a me i centri commerciali danno questa impressione, che poi non mi sembra neanche una buona soluzione per vendere della merce con tutta questa confusione, ché magari uno in un posto più tranquillo perde tempo e non fa acquisti compulsivi però potrebbe anche essere che invece trova il tempo per acquistare di più, ecco non so bene come funziona questo meccanismo ma secondo me lo fanno per stordire i clienti.

Comunque stavo uscendo da uno di questi posti e, mentre attraversavo il parcheggio, mi sono trovato a fianco di un’auto che non riusciva a passare perché c’era un’altra auto parcheggiata male che la bloccava e siccome l’uomo sulla prima auto andava di fretta ho visto che si agitava, sbraitava e suonava il clacson, che poi l’altra auto era davvero parcheggiata male perché io, per riuscire a passare a piedi, ho dovuto girarci attorno ed è successo proprio mentre arrivava questo con l’auto che andava di fretta e secondo me ha anche pensato che l’auto parcheggiata fosse mia. Insomma visto che questo signore aveva tanta fretta gli ho consigliato di usare l’altra uscita del parcheggio e lui si è arrabbiato ancora di più e diceva che voleva uscire di lì perché non voleva fare il giro, che doveva andare a casa e che non era possibile parcheggiare in quel modo, ora osservandolo meglio mi sono accorto che assomigliava un po’ a Michael Douglas e allora ho preferito lasciarlo lì a imprecare e sono andato a prendere la mia auto, beh da lontano ho notato che mi guardava storto attraverso gli occhiali con la montatura nera e ha ricominciato a suonare.

Che poi io mi sono chiesto a cosa può servire suonare il clacson in un parcheggio grande come quello, visto che chi ci ha parcheggiato molto probabilmente è dentro al centro commerciale a fare acquisti compulsivi stordito dal casino e mica ti sente te che suoni lì fuori a duecento metri di distanza.

Insonnia

Beh ecco io ho un amico che si è fissato con le canzoni ispirate ai libri, quelle che di solito uno scrive dopo che ha letto un libro che gli piaciuto molto e allora se gli è piaciuto molto dopo gli piace anche cantare la canzone che aveva scritto e che parla del libro che aveva letto.

Succede che si ritrova a proporre i personaggi o le atmosfere di un racconto in una bella canzone di qualche minuto che poi capita che c’è anche qualcuno che la ascolta e dopo fa finta di avere letto il libro, che invece col libro ci vuole più tempo perché di solito ha un sacco di pagine piene di parole e se le vuoi leggere tutte in fila alla fine ci impieghi anche delle belle ore.

Poi ci sono quelli che il libro lo hanno letto per davvero e che allora vogliono ritrovare gli stessi personaggi e le storie, un po’ perché ci sono affezionati e un po’ per pigrizia e allora scatta questa cosa del cercare le canzoni o i film ispirati ai libri.

Però con le canzoni non è come nei film che di solito senti le persone lamentarsi che non assomigliano ai libri, con le canzoni uno si accontenta.

Insomma succede che uno si rivolga ai libri o altre storie popolari per riproporre in quello che racconta dei temi conosciuti, un mio amico dice che si chiamano topos ma che non sono animali o almeno non necessariamente.

Comunque anch’io una volta ho letto un libro e mi ricordo che parlava di un uomo che era ambizioso ma non troppo, solo che la moglie che era ancora più ambiziosa lo spinge ad uccidere il re per prenderne il posto e allora lui, tra il consiglio della moglie e le false profezie di altre donne incontrate nei boschi, che poi vai a fidarti di quelli che fanno le profezie e ti chiamano vincente, dicevo che allora lui abbocca e si convince a farlo.

Nel seguito del racconto tutto giro storto, la moglie impazzisce e lui vive insonne finché non lo ammazzano, che poi è un finale classico per le storie di questo tipo che piacevano proprio così belle truculente, tanto che c’è stato un compositore qui delle mie parti che da quel libro ci ha fatto addirittura un’opera lirica.

Ma per tornare al tema del libro ho sentito che a volte succede che ci sono donne che stanno lì a soffiare sull’ambizione dei mariti e ho pensato che il protagonista del libro avrebbe dovuto ascoltare la canzone di Jannacci, quella che dice che la vita è strana ché basta una sottana che ti monta la testa ed è finita la festa, se solo la canzone non fosse stata scritta tanti anni dopo.

Dic 25, 2012 - frattaglie, musica    No Comments

Il Rock, il mythos e Orietta Berti

Bruno: non devi raccontarmi la tua storia

Robert: cosa vuoi sapere allora?

Bruno: voglio sapere che sei
Robert: io sono la mia storia

(Nel corso del Tempo 1976)

 

Tempo fa la mia famiglia gestiva un albergo ristorante in un paese di provincia dove era attivo un cinema teatro e in quel ristorante passavano molti attori e musicisti che tenevano spettacoli nel paese. Erano gli anni sessanta e tra gli avventori del ristorante capitava spesso la cantante Orietta Berti.

A quel tempo mia madre ascoltava, come tutti i giovani, un po’ di musica e le canzoni della Berti le piacevano molto.

Poi i miei rinunciarono al ristorante e nel paese chiusero il teatro, di conseguenza per me e i ragazzi della mia età non ci fu modo di entrare in contatto in modo diretto con cantanti ed attori, se non attraverso la televisione e la radio. I concerti erano radi e abbastanza distanti o almeno lo erano per mezzi come la bicicletta o il motorino, si verificò quindi un effetto molto strano: cantanti nostri conterranei ci apparivano lontani, posti sullo stesso piano delle star del rock’n’roll e molti ragazzi si appassionarono di musiche esotiche e distanti dalla nostra terra e, crescendo, si allontanarono sempre di più dalle radici per seguire i concerti.

Ovviamente anch’io venni rapito dal rock, una musica al tempo stesso istintiva e misteriosa, anche per il fatto di essere cantata in inglese. A questo proposito forse aveva ragione il regista tedesco Wim Wenders quando affermava che, per noi che parliamo un’altra lingua, il rock ha un fascino più profondo. La stessa cosa capita, per dire, agli americani con le canzoni francesi o con l’opera italiana. Ecco iniziai dunque ad ascoltare la musica rock e, se i Beatles piacevano anche a mia madre, lei rimase invece un po’ perplessa per la voce che sentiva risuonare sempre più spesso dall’impianto stereo: insomma alla voce nasale di Bob Dylan lei continuava a preferire Orietta Berti.

Col tempo approfondii sempre di più la mia passione per il rock, cercando di scoprirne la storia ed i codici, la musica divenne sempre di più il legame di un universo culturale parallelo e popolare, fatto sia di concerti che di film, capace di narrare storie nelle pagine dei libri come nei quattro o cinque minuti di una canzone.

Insomma gli acquisti di dischi aumentavano e gli ascolti erano sempre più frequenti e col tempo, nonostante le minacce bonarie di mia madre di buttare tutti i miei dischi dalla finestra, il rock divenne stranamente parte delle mie radici. Cominciai a viaggiare per assistere ai concerti, visitare luoghi immaginati solo tramite film o libri, oppure anche solo per incontrare persone con le stesse passioni musicali per scambiarci dischi e notizie ed era l’unico modo visto che internet ancora non esisteva.

Intanto anche mia madre non trovava più che le canzoni che ascoltavo fossero tutte uguali e, forse, qualche disco rock le piaceva anche un po’.Per un certo periodo se lei e mio padre leggevano un articolo di giornale che parlava dei miei musicisti preferiti lo ritagliavano e me lo mettevano da parte.
Poi negli anni novanta Orietta Berti ritornò in televisione a condurre un programma intitolato Rock’n’Roll ma a mia madre ormai non interessava più, i tempi erano cambiati.

Dic 15, 2012 - fernaspero's book    No Comments

Crisi politica

Una sera mi è capitato di uscire e andare in una birreria con degli amici a chiacchierare dei fatti nostri, anche se per la verità la birreria era abbastanza affollata e capitava che poi sentivi anche i fatti di quelli che erano li vicino, soprattutto quando parlavano ad alta voce con altri che erano dall’altra parte della sala, che a loro volta non sentivano perché vicini alla televisione e così ogni tanto i discorsi si allargavano coinvolgendo oratori occasionali che commentavano accidentalmente ogni argomento proposto in una sorta di dibattito partecipato.

Insomma sembrava di essere in uno di quei pub irlandesi dove tutti hanno qualcosa da dire a tutti e appena entra uno nuovo nel pub sembra che gli altri non aspettassero altro che lui per ripetere le stesse storie.

Alla fine si sa che comunque in una birreria, in mancanza di donne particolarmente attraenti, è la televisione che catalizza l’attenzione e, siccome sullo schermo c’erano interviste a politici e antipolitici, sono iniziati i soliti commenti che più o meno si risolvono in una litigata o nella comune dichiarazione che è tutto un magna magna e che la politica è inutile.

Ecco che si andava avanti così da un bel dieci minuti e ad un certo punto dal bancone si è alzato uno che di solito lo vedi lì taciturno e che, tutto compreso com’è, ha anche l’aria di fare pensieri profondi se non fosse per il numero dei bicchieri che ha davanti che invece lo sgamano e insomma si è messo a dire che per lui erano balle che la politica che non serve a niente e che è un po’ come dire che le strade non servono a niente, diceva, prova un po’ te ad andare da Bologna a Firenze a traverso i campi e poi mi dici come ci arrivi. Io poi la metafora sul momento non l’avevo mica capita ma ho cercato di interpretarla come un’esigenza della rappresentanza politica per organizzare la società, ché se dovessimo aspettare di essere tutti d’accordo per costruire un ospedale o per cambiare le regole della pesca, tanto per dire, non ci arriveremmo mai e saremmo ancora a Roncobilaccio.

Almeno per me questo era il senso del discorso, anche se per la verità ho il dubbio che, oltre ad ascoltarlo il discorso, sarebbe stato utile anche odorarlo perché forse avrebbe rivelato un tasso che non centrava niente con la finanza e la BCE.

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