Browsing "musica"
Dic 26, 2013 - fernaspero's book, musica    No Comments

Qualcuno era rock

Se ero rock, mi sta chiedendo se ero rock?
Rock in che senso scusi?
Bella domanda comunque; vede, qualche anno fa sono andato con un amico a sentire un concerto di Elliott Murphy che si svolgeva in un paese della bassa, qui da noi la bassa è la pianura a nord, verso il Po per intenderci.
C’era una festa organizzata da una associazione di assistenza ai disabili, con tanta gente che mangiava e al massimo una trentina di persone che erano lì per il concerto.
Insomma lì sul palco c’era Elliott Murphy con la sua band francese e hanno suonato due ore, poi, quando il coprifuoco comunale ha imposto la fine del concerto, Murphy (lo stesso Elliott Murphy che pochi mesi prima allo stadio di Parigi era salito sul palco a duettare con il suo amico Bruce Springsteen) e il chitarrista hanno staccato gli amplificatori e hanno continuato per una mezz’ora abbondante a fare rock’n’roll con le chitarre acustiche per le dieci persone rimaste, come se fossimo ad un falò sulla spiaggia.
Beh ecco quella sera mi sono sentito rock, almeno in un certo senso, che poi come si fa a dire se uno era rock?

Qualcuno era rock perché era nato in Emilia.
Qualcuno era rock perché alle feste c’era o rock o liscio.
Qualcuno era rock obtorto collo.
Qualcuno era rock perché il fratello maggiore aveva un disco di Jimi Hendrix con le donne nude in copertina.
Qualcuno era rock perché non aveva mai incontrato una donna nuda.
Qualcuno era rock perché: “il rock è sesso”.
Qualcuno era rock perché si era innamorato di una ragazza.
Qualcuno era rock perché tutti i suoi amici erano rock.
Qualcuno era rock per distinguersi dagli amici.
Qualcuno era rock perché aveva un amico che si faceva.
Qualcuno era rock perché non sopportava Sanremo.
Qualcuno sperava che il rock arrivasse a Sanremo.
Qualcuno era rock perché il rock era di moda.
Qualcuno era rock perché: “te lo giuro sui Beatles!”
Qualcuno era rock perché: “Clapton is God”.
Qualcuno era rock perché non credeva in Dio.
Qualcuno era rock perché: i Nomadi, Guccini, la via Emilia erano rock.
Qualcuno era rock perché non amava il calcio.
Qualcuno era rock perché: “vanno bene donne e motori però ci vuole anche qualcos’altro”.
Qualcuno era rock perché: la ribellione, il sessantotto, il Vietnam, la Palestina…
Qualcuno era rock per ignorare le proteste scritte sui muri.
Qualcuno era rock perché così non capiva le parole.
Qualcuno era rock perché non ne poteva più del pentapartito.
Qualcuno era rock perché preferiva le chitarre alle pistole.
Qualcuno era rock perché si era stancato di ascoltare gli Inti Illimani.
Qualcuno era rock perché sognava la California.
Qualcuno era rock perché non voleva più vivere oltre cortina.
Qualcuno era rock perché immaginava di essere Richard Gere che esce dalla doccia cantando Suspicious Minds.
Qualcuno era rock perché Elvis era il re, punto!
Qualcuno era rock perché adorava il Boss … ma solo fino a The River.
Qualcuno era rock perché voleva essere Bono Vox.
Qualcuno era rock perché anche Miles Davis si era messo a suonare rock.
Qualcuno era rock a trentatre giri.
Qualcuno era rock perché quando abbassava la puntina sul disco i genitori picchiavano alla porta dicendo di abbassare il volume.
Qualcuno era rock perché: “quei tre-quattro minuti lì sono meglio di un film, figurarsi di un libro”.
Qualcuno era rock perché aveva letto un sacco di libri.
Qualcuno era rock per i disegni di Andrea Pazienza.
Qualcuno era rock perché: “sono un ribelle mamma, puoi stirarmi la maglietta del concerto?”.
Qualcuno era rock perché era più rock di tutti gli altri.
Qualcuno era rock perché glielo avevano detto.
Qualcuno era rock perché nessuno gli aveva “imparato” la musica classica.
Qualcuno era rock perché era integralmente: Zappiano o Genesiano oppure Dylaniano.
Qualcuno era rock “a prescindere”.
Qualcuno era rock perché aveva la manopola delle FM bloccata su Mondoradio.
Qualcuno era rock perché ascoltava Gaber e così doveva essere.

Set 5, 2013 - musica    No Comments

Un altro se stesso

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente.

 

A fine agosto è uscito il volume 10 della Bootleg series, Another Self Portrait che è stato pubblicizzato come  una sorprendente riscrittura di un Dylan inedito, nel periodo di transizione sessanta-settanta del secolo scorso, post ‘68 e post ritiro per l’incidente motociclistico.

Beh la cosa credo più sorprendente di questi dischi, considerando chi è l’autore, è che non c’è nulla che sorprenda e di inedito c’è poco. Più che altro ci sono versioni diverse di brani che sono poi finiti, con o senza sovraincisioni, in Self Portrait e New Morning e sinceramente non spostano di molto il giudizio su quegli album storici, un incompleto tentativo di autoritratto per icone il primo, un bel disco il secondo. Trascurabili i due brani dalle session di Nashville Skyline che non cambiano il senso di quel modesto disco country.

Per noi fans ci sono comunque cose interessanti, come una bella versione di Went to se the giypsy e una Time passes slowly #2 molto rock e poi bisogna riconoscere che è un vero piacere ascoltarlo cantare vecchi traditional con un accompagnamento minimo ma di qualità (David Bromberg e Al Kooper mica scherzano).

Ciò che però delude è che, a dispetto della nomea di Dylan di escludere spesso dai dischi le canzoni migliori, stavolta gli inediti non hanno molto di più dei brani inclusi.

La stessa considerazione vale anche per le cover qui presenti: se Annie’s going to sing her song è ben interpretata, la versione di Thirsty boots non è, purtroppo, eccezionale come si poteva sperare e, per dire, manca di quel tocco di follia che all’epoca fece invece includere The Boxer con Dylan che duettava con se stesso.

E poi per completare l’autoritratto a tutto tondo mancano quei brani kitsch come erano Blue Moon e Let it be me, che comunque sono una parte della personalità di questo cantante che di recente ci ha regalato anche un disco come Christmas in the Heart.

Anche nel gioco del metti e togli (intendo le sovraincisioni) cambia poco, se If the dogs run free in questa versione perde il suo fascino jazzy e notturno, New Morning con l’aggiunta di una sezione fiati totalmente inverosimile è davvero brutta e fu giustamente, per me, esclusa dal disco ufficiale.

Una piccola sorpresa però forse c’è, ed è Wigwam che, senza i fiati sovraincisi, non è più quel quadro cubista incluso in Sef Portrait ma la riprova che meno si aggiunge a quella voce e migliore servizio le si fa e la si può sentire che, liberata per una volta dal peso delle proprie parole, eleva dalle praterie il canto di Orfeo.

E allora, forse, per noi Dylaniati questo può bastare e non c’è bisogno di riscrivere la storia, perché comunque nel rock quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.

Insonnia

Beh ecco io ho un amico che si è fissato con le canzoni ispirate ai libri, quelle che di solito uno scrive dopo che ha letto un libro che gli piaciuto molto e allora se gli è piaciuto molto dopo gli piace anche cantare la canzone che aveva scritto e che parla del libro che aveva letto.

Succede che si ritrova a proporre i personaggi o le atmosfere di un racconto in una bella canzone di qualche minuto che poi capita che c’è anche qualcuno che la ascolta e dopo fa finta di avere letto il libro, che invece col libro ci vuole più tempo perché di solito ha un sacco di pagine piene di parole e se le vuoi leggere tutte in fila alla fine ci impieghi anche delle belle ore.

Poi ci sono quelli che il libro lo hanno letto per davvero e che allora vogliono ritrovare gli stessi personaggi e le storie, un po’ perché ci sono affezionati e un po’ per pigrizia e allora scatta questa cosa del cercare le canzoni o i film ispirati ai libri.

Però con le canzoni non è come nei film che di solito senti le persone lamentarsi che non assomigliano ai libri, con le canzoni uno si accontenta.

Insomma succede che uno si rivolga ai libri o altre storie popolari per riproporre in quello che racconta dei temi conosciuti, un mio amico dice che si chiamano topos ma che non sono animali o almeno non necessariamente.

Comunque anch’io una volta ho letto un libro e mi ricordo che parlava di un uomo che era ambizioso ma non troppo, solo che la moglie che era ancora più ambiziosa lo spinge ad uccidere il re per prenderne il posto e allora lui, tra il consiglio della moglie e le false profezie di altre donne incontrate nei boschi, che poi vai a fidarti di quelli che fanno le profezie e ti chiamano vincente, dicevo che allora lui abbocca e si convince a farlo.

Nel seguito del racconto tutto giro storto, la moglie impazzisce e lui vive insonne finché non lo ammazzano, che poi è un finale classico per le storie di questo tipo che piacevano proprio così belle truculente, tanto che c’è stato un compositore qui delle mie parti che da quel libro ci ha fatto addirittura un’opera lirica.

Ma per tornare al tema del libro ho sentito che a volte succede che ci sono donne che stanno lì a soffiare sull’ambizione dei mariti e ho pensato che il protagonista del libro avrebbe dovuto ascoltare la canzone di Jannacci, quella che dice che la vita è strana ché basta una sottana che ti monta la testa ed è finita la festa, se solo la canzone non fosse stata scritta tanti anni dopo.

Dic 25, 2012 - frattaglie, musica    No Comments

Il Rock, il mythos e Orietta Berti

Bruno: non devi raccontarmi la tua storia

Robert: cosa vuoi sapere allora?

Bruno: voglio sapere che sei
Robert: io sono la mia storia

(Nel corso del Tempo 1976)

 

Tempo fa la mia famiglia gestiva un albergo ristorante in un paese di provincia dove era attivo un cinema teatro e in quel ristorante passavano molti attori e musicisti che tenevano spettacoli nel paese. Erano gli anni sessanta e tra gli avventori del ristorante capitava spesso la cantante Orietta Berti.

A quel tempo mia madre ascoltava, come tutti i giovani, un po’ di musica e le canzoni della Berti le piacevano molto.

Poi i miei rinunciarono al ristorante e nel paese chiusero il teatro, di conseguenza per me e i ragazzi della mia età non ci fu modo di entrare in contatto in modo diretto con cantanti ed attori, se non attraverso la televisione e la radio. I concerti erano radi e abbastanza distanti o almeno lo erano per mezzi come la bicicletta o il motorino, si verificò quindi un effetto molto strano: cantanti nostri conterranei ci apparivano lontani, posti sullo stesso piano delle star del rock’n’roll e molti ragazzi si appassionarono di musiche esotiche e distanti dalla nostra terra e, crescendo, si allontanarono sempre di più dalle radici per seguire i concerti.

Ovviamente anch’io venni rapito dal rock, una musica al tempo stesso istintiva e misteriosa, anche per il fatto di essere cantata in inglese. A questo proposito forse aveva ragione il regista tedesco Wim Wenders quando affermava che, per noi che parliamo un’altra lingua, il rock ha un fascino più profondo. La stessa cosa capita, per dire, agli americani con le canzoni francesi o con l’opera italiana. Ecco iniziai dunque ad ascoltare la musica rock e, se i Beatles piacevano anche a mia madre, lei rimase invece un po’ perplessa per la voce che sentiva risuonare sempre più spesso dall’impianto stereo: insomma alla voce nasale di Bob Dylan lei continuava a preferire Orietta Berti.

Col tempo approfondii sempre di più la mia passione per il rock, cercando di scoprirne la storia ed i codici, la musica divenne sempre di più il legame di un universo culturale parallelo e popolare, fatto sia di concerti che di film, capace di narrare storie nelle pagine dei libri come nei quattro o cinque minuti di una canzone.

Insomma gli acquisti di dischi aumentavano e gli ascolti erano sempre più frequenti e col tempo, nonostante le minacce bonarie di mia madre di buttare tutti i miei dischi dalla finestra, il rock divenne stranamente parte delle mie radici. Cominciai a viaggiare per assistere ai concerti, visitare luoghi immaginati solo tramite film o libri, oppure anche solo per incontrare persone con le stesse passioni musicali per scambiarci dischi e notizie ed era l’unico modo visto che internet ancora non esisteva.

Intanto anche mia madre non trovava più che le canzoni che ascoltavo fossero tutte uguali e, forse, qualche disco rock le piaceva anche un po’.Per un certo periodo se lei e mio padre leggevano un articolo di giornale che parlava dei miei musicisti preferiti lo ritagliavano e me lo mettevano da parte.
Poi negli anni novanta Orietta Berti ritornò in televisione a condurre un programma intitolato Rock’n’Roll ma a mia madre ormai non interessava più, i tempi erano cambiati.

Nov 24, 2012 - fernaspero's book, musica    No Comments

Stelle

C’è questo mio amico che abita all’incrocio tra due vie che quando eravamo bambini non sapevi mai da che parte andarlo a trovare, perché a volte arrivavi e sua madre ti diceva che lui aveva appena voltato l’angolo dall’altra parte e allora dovevi aspettare che rientrasse a casa per incontrarlo, altre volte era lui a guardare dalla finestra per vedere se c’era qualcuno per giocare e noi per fargli dispetto correvamo da una via all’altra, così se guardava nella via sbagliata non trovava nessuno.

Adesso invece con i cellulari è più facile trovarsi e poi ci siamo dati una regola per cui, quando si va a casa sua, si arriva sempre dalla stessa via.

Che poi oggi in quella via lì ci trovi un bel confronto fra le persone che ci hanno sempre abitato, come la signora anziana dell’ultimo piano che ama l’opera lirica però è sorda, e nuovi arrivati di tanti paesi e se apprezzi la cucina etnica hai anche varietà di scelta. Solo che spesso non c’è questa integrazione che uno si aspetta, anzi i vari gruppetti sono separati e spesso si guardano storti stando in silenzio.

Come quella sera che ero passato a prendere il mio amico che abita all’angolo, era estate con il caldo e le stelle che lucevano, dalle finestre aperte si poteva pienamente condividere con la signora dell’ultimo piano l’ascolto di Domingo che, ormai prigioniero, sogna di incontrare Tosca e immagina schiudersi l’uscio dell’orto. Gli altri rumori erano più contenuti, un paio di autoradio, una televisione lontana e il chiacchiericcio proveniente dal negozio di kebab, ad eccezione di un signore in canottiera da basket e berretto da baseball girato al contrario che, agitando una bottiglia, discuteva animatamente con un altro signore più scuro con un lungo camicione e che probabilmente era indiano.

Insomma nella via c’erano questi due che alzavano la voce e il primo, quello con il berretto girato al contrario, ha anche iniziato ad imprecare contro l’altro che a sua volta si era messo ad urlare verso il negozio per convincere gli avventori con la sua oratoria e, intanto che lui cercava proseliti e dalla finestra invece s’era arrivati alle “languide carezze”, l’altro aveva alzato il tiro iniziando anche a bestemmiargli i morti, che non è mai un bel gesto soprattutto se lo fai ad un indù, ché lui prima o poi spera di rivederli i suoi morti, anche soltanto sotto forma di agavi o di scoiattoli. Arrivati al punto in cui Domingo, fremente: “le belle forme disciogliea dai veli” l’indù con un gesto poco shanti ha fatto capire all’interlocutore che era meglio che si togliesse dai marroni che se no i morti da bestemmiare aumentavano.

Comunque alla fine il teatrino nella via si è ricomposto e anche il terzo atto dalla finestra aperta si stava avviando alla sua naturale conclusione.

Beh io non so se è stata una combinazione che avevo scordato il cellulare o se, per colpa del frastuono della via sommato alla fucilazione dall’ultimo piano il mio amico non ha sentito suonare il campanello, ma quella sera lì non l’ho mica trovato.

Ott 26, 2012 - frattaglie, musica    No Comments

Celeste Aida

Riassunto a braccio e a memoria dell’operona i quattro atti di Giuseppe Verdi su libretto di Ghislanzoni .

 

Personaggi principali:

Aida (lo dice il titolo): tonta principessa etiope schiava in Egitto, innamorata di Radames.

Radames : coraggioso capitano della guardia onesto ma decisamente tonto, innamorato di Aida.

Il Faraone : non si sa il nome ma è il capo di tutto, in fondo però è un buon uomo.

Amneris: figlia del faraone stronzetta e viziata, ama Radames non riamata (e son cazzi perché lei è una che conta).

Amonasro: il re degli etiopi e padre di Aida, un po’ Ulisse un po’ vigliacco si finge un povero prigioniero e nasconde la sua identità.

Ramfis: il gran sacerdote, il solito stronzo altezzoso e diffidente che c’è in tutte le opere.

 

Atto primo:

qui si spiega che c’è Aida che ama segretamente Radames e viceversa, invece Amneris no.

Arriva l’allarme che l’Etiope attaccherà l’Egitto e ci vuole un comandante per l’esercito, Radames spera di essere eletto e di conquistare gloria e poi sposare Aida, canta subito “Celeste Aida” che è un’aria famosissima anche se lei invece è nera.

Amneris che è innamorata, ma non scema, sgama la storia e si inacidisce.

Iniziano i preparativi per la guerra, Radames viene nominato comandante dell’esercito e fa i riti vari del caso, c’è anche un balletto di sacerdotesse, insomma tutti contenti meno Aida che non sa se preferisce che vinca Radames o il padre.

 

Atto secondo:

C’è una specie di festa a casa di Amneris e c’è anche un balletto di nani (o bambini), la stronzetta inganna Aida dicendole che Radames è morto in battaglia, così la scema ammette di amarlo e allora lei le strilla “povera sfigata che credi? sei una schiava e io figlia di faraone” e poi le dice che invece lui è vivo e se lo vuole fare lei (se la cantante si immedesima troppo ci scappa il gesto dell’ombrello).

Ritorno trionfale dalla guerra (la famosa marcia dell’Aida), Radames conduce i prigionieri e i trofei davanti al Faraone, Aida riconosce il padre tra i prigionieri e chiede pietà per lui e per il suo popolo.

Dopo lunga trattativa fra Radames, che li vuole liberare tutti (ma allora sei tonto veramente, prima li catturi e poi li liberi?) e il gran sacerdote che li vorrebbe arrosto per evitare che ritornino a combattere contro l’Egitto (e stavolta lo stronzo, che ci vede lungo, ha ragione), il Faraone decide di lasciarli liberi, però liberi tutti tranne Aida e il padre che rimangono in ostaggio (ma va te che sfiga).

 

Atto terzo:

che poi a questo punto in Egitto gli schiavi se ne girino liberi per i fatti loro giorno e notte non stupisce più nessuno, infatti Aida aspetta Radames di notte in una radura vicino al tempio, invece arriva il padre che le dice che se ne torna in Etiopia a comandare l’esercito per la rivincita (e stavolta duri, ragazzi!), il subdolo volpone convince Aida a farsi rivelare da Radames il percorso degli Egizi per preparargli una bella imboscata e poi si nasconde.

Arriva il tontolone e tra una frase e l’altra Aida gli estorce che l’esercito passerà dalle gole di Napata, qui sbuca Amonasro tutto soddisfatto e gli fa il gesto del “vedrai cosa gli faremo ai tuoi egizi”, Radames inizia a dire “son disonorato” Aida dice “scappa con me”, ecc

Solo che questi scemi anziché tramare sottovoce stanno tutti a sbraitare e dal tempio, che è lì a due passi, escono Amneris e il sacerdote che li sgamano subito.

Aida e il padre riescono a fuggire, il tontolone invece no e qui si intuisce che per lui si mette male.

 

Atto quarto:

Amneris cerca di convincere Radames a sposarla, in questo modo eviterebbe la condanna a morte, lui rifiuta e lei se ne ha a male (non ricordo se canta l’aria “son così cozza io”, ma non credo): non mi vuoi e allora crepa e lo consegna ai sacerdoti.

Poi però la viziata figlia di faraone ci ripensa, è pentita e vorrebbe salvarlo, ma ormai è tardi e allora maledice i sacerdoti (insomma è una donna, che ci volete fare).

Nella scena finale Radames è sepolto vivo mentre al piano di sopra si celebrano i riti funebri.

Mentre lui è lì che canta “la fatal pietra sopra di me” da un corridoio della tomba (ma quanto è grande?) arriva a sorpresa Aida.

Solo che la scema mica ha scavato una via di fuga per tutti e due, eh no, si è nascosta per tempo nella tomba per essere sepolta viva con il suo innamorato, alla fine ci riescono e muoiono felici e contenti.

 

Note storiche : Aida fu commissionata per l’inaugurazione del canale di Suez nel 1871 e rappresentata al Cairo.

Note musicali : le solite Do, Re, Mi, Fa diesis eccetera

Curiosità : l’aria Celeste Aida viene accennata nel film “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” di Pupi Avati ma è cantata da una donna (forse) : http://www.youtube.com/watch?v=HhBXZJzEy-w

 

 

Ott 14, 2012 - fernaspero's book, musica    No Comments

Smetana (mercatini II)

Che poi a me ai mercatini piace comperare anche i dischi, soprattutto i compact disc, che se sono tenuti bene sono come i nuovi ma costano molto di meno, io poi li compero solo se sono tenuti bene e non hanno la scatoletta tutta triturata o dei solchi arati sul disco, ma di solito li trovo in buone condizioni perché poi in tanti fanno come me che li comperano e li ascoltano poco oppure li mettono lì solo per fare la collezione e i dischi non sono come i francobolli che li puoi leccare solo una volta, ora mica che i dischi si leccano era solo per dire la differenza.

Ecco di solito quando compro i dischi nelle bancarelle sono come nuovi e impersonali, non come i libri dove ci possono essere le dediche di chi li ha regalati o le sottolineature di chi li ha letti, però una volta ho comprato un cd di Smetana che dentro c’erano gli autografi di tutti e quattro i componenti del quartetto, che mica è un quartetto famoso però non sono neanche dei ciocca piatti, e allora ho pensato a quando il signore che l’ha comperato si è fatto fare gli autografi da tutti e quattro, secondo me è andato lì con dei gran sorrisi e strette di mano e dicendo anche quattro volte “danke” in tedesco per ringraziarli tutti perché ci teneva tanto ad avere i loro autografi, o forse non ci teneva e l’ha fatto solo per darsi un tono visto che intorno c’era un sacco gente che lo conosceva e poi forse lui era anche uno dei promotori del concerto e doveva far vedere che lui quella musica lì l’apprezzava.

Poi magari è arrivato a casa e il disco non gli piaceva più, oppure la moglie gli ha detto che a lei questo Smetana faceva venire due marroni e lui le ha detto ma guarda che è un grande compositore, ha scritto anche un poema sinfonico che il pezzo più famoso che c’è dentro si chiama La Moldava e se lo senti dici ma questo lo conosco già, che poi la Moldava è il fiume che attraversa la sua patria e all’epoca dell’impero Austro Ungarico era un riferimento per i Boemi; e magari ha chiesto anche alla moglie se si ricordava che quando erano stati a Vienna davanti al parlamento c’era il monumento con su Pallade Atena e sotto, fra le tante, c’era anche la statua di una donna che era poi l’allegoria della Moldava e secondo lui prima o poi Bob Dylan quella statua la metteva nella copertina di un suo disco, e comunque questi qua che suonano magari son mica tanto famosi ma neanche dei ciocca piatti ha detto lui, allora la moglie gli ha risposto che, viaggio nella mitteleuropa a parte, a lei questi qua famosi o non famosi facevano venire due marroni lo stesso e che già che c’era poteva anche spegnere la musica e darsi una mossa che era ora di apparecchiare ché poi l’arrosto diventava freddo.

Oppure è successo che il signore che aveva comprato il cd e si era fatto fare gli autografi da tutti e quattro i componenti del quartetto sparando dei gran sorrisi e dei “danke” in tedesco il disco se lo era ascoltato e lo aveva amato tanto, però nel frattempo era morto e i figli hanno venduto i suoi dischi, che si sa che i figli a volte hanno gusti differenti.

Ott 5, 2012 - fernaspero's book, musica    No Comments

Tempesta

Quando ho letto la notizia su internet, ché da quando c’è internet le notizie è facile trovarle, non sapevo bene cosa pensare perché a me piace Bob Dylan e quando esce un suo disco mi fa piacere anche se gli ultimi non mi sono poi piaciuti tanto e allora ho pensato che magari anche questo non sarà un granché ma comunque vale la pena di provare ché magari qualcosa di bello ci salta fuori, insomma la notizia era che l’undici settembre sarebbe uscito Tempest un disco di nuove canzoni scritte e cantate da Bob Dylan in persona.

Allora io proprio quel giorno lì sono andato nel negozio dove vado spesso e c’era quella ragazza con i capelli ricci che anche a lei piace Bob Dylan, lo so perché una volta aveva una maglietta con su la scritta e che mi aveva detto che la aveva comperata a Londra ma che poi di quelle magliette lì non se ne trovavano più e che se anche la trovavo quando andavo a Londra a me non stava bene perché era una maglietta da donna, ecco c’era questa ragazza con i capelli rossi che appena mi ha visto entrare mi ha detto che il disco che volevo io era proprio lì sul bancone, solo che io le ho detto che cercavo la versione deluxe, che non sapevo bene cosa aveva in più ma mi avevano detto che è di classe avercela, allora lei ha detto che quella edizione lì le dispiaceva tanto ma non era arrivata e c’era da aspettare qualche giorno.

Poi però non è mai arrivata e allora su consiglio di un mio amico sono andato in uno di quei grossi centri commerciali dove c’è uno di quei negozi che vende gli aspirapolvere e tutto quanto a un tanto al chilo e a quel grande negozio di lavatrici e computer l’edizione deluxe era arrivata. Ma come, ho pensato, qui c’è un problema di identità, questo è un prodotto per appassionati di musica e non arriva al negozio che vende dischi e libri e poi lo ritrovo qui nel grande magazzino del tutto scontato dove la roba la vendono un tanto al chilo e allora come la mettiamo il rapporto tra venditore e cliente, il target di riferimento, mi si scompiglia la piramide di Maslow e tutto il resto.

Ero lì in fila alla cassa che mi interrogavo su tutte queste cose e ho pensato di chiedere alla cassiera se fosse d’accordo con me, se insomma anche per lei non c’era una falla nella logica distributiva del mettere tutta la merce sullo stesso piano e di arrivare a decontestualizzare il prodotto dall’ambiente, al di la del fatto peraltro criticabile che si possa in qualche modo identificare un prodotto artistico con il semplice supporto, la cassiera ci ha pensato su un paio di secondi, indecisa se strisciare il codice a barre o chiamare la vigilanza e poi mi ha chiesto se avevo la tessera o se invece volevo i bollini.

Insomma alla fine sono arrivato a casa con la mia bella copia della edizione deluxe e mi sono ascoltato Tempest, disco con dieci nuove canzoni scritte e cantate da Bob Dylan.

 

Tempest: il disco
Ora a me piace molto Bob Dylan, mi piace soprattutto la sua voce e poi mi piacciono le canzoni che scrive, mica tutte però, ché secondo me ha scritto le più belle canzoni che si possano ascoltare dai tempi di Re Davide ma ne ha scritte anche di molto brutte e quando esce un nuovo disco io spero sempre che ci siano quelle belle, ma ultimamente ha preso su una deriva di fare del revival anni cinquanta e sessanta che non mi dice niente, anzi a volte mi verrebbe anche fastidio ad ascoltarle queste canzoni qua, queste del revival dico, se non fosse per quella voce lì che le canta.

Ecco il nuovo disco inizia proprio così e allora secondo me è meglio saltare le prime tre canzoni e arrivare alla prima ballata che invece è bella, come sono belle le altre ballate del disco che poi quando lo ho detto a un mio amico mi ha risposto che non ci voleva mica un genio a capirlo, che le ballate erano belle intendo, perché le aveva scritte Bob Dylan, e insomma da lì alla fine il disco mi piace quasi tutto, anche se c’è un pezzo rock che come musica sembra uscito da uno di quei dischi anni ottanta degli Stones o di Tina Turner, che per il rock quegli anni lì sono stati bui davvero, e che mi sa che sarà meglio ascoltarlo dal vivo che tanto se lo canta lo stravolge come fa con le altre canzoni e allora magari migliora.

C’è anche un blues che hanno già usato in tanti e che bisogna davvero amare molto il blues per riuscire ad ascoltarlo fino alla fine, ed è un peccato perché invece il testo mi sembra bello, però magari anche questo se lo canta una di quelle sere che è in forma potrebbe riuscire a renderlo ipnotico e allora starei ad ascoltarlo anche tutta la notte, ché poi con Dylan non si sa mai come va a finire.

 

Tempest: la canzone

Beh forse a qualcuno una canzone che dura quattordici minuti può dare fastidio, ma per me sarà la melodia senza tempo che viene dai tempi dei tempi, sarà la scrittura di ispirazione folk con i suoi miti popolari mescolati alla storia, sarà la voce che fa quelle accelerazioni, ecco per me, dicevo, fino a quando si scriveranno canzoni come questa, allora avrà ancora un senso che si stia lì ad ascoltarle.